Venti di guerra, speranze di pace

Non so come sarà la situazione in estremo oriente quando queste considerazioni verranno pubblicate perché, da giorni, i telegiornali sottolineano continuamente il rischio di un conflitto fra gli Stati Uniti e la Corea del Nord.

La mia generazione – per intenderci, quella nata dopo la seconda guerra mondiale del 1940-45 – ha vissuto di settant’anni di tranquillità, almeno per quanto concerne la non partecipazione a conflitti e, pur con tutte le difficoltà quotidiane che possono averla assillata, ha potuto vivere costruendosi certezze.

Oggi, è vero, le ultime generazioni stanno vivendo un periodo in cui sta scemando la speranza.

Ma il guaio peggiore sarebbe offrire loro scenari apocalittici che richiedono, poi, lunghi periodi di ricostruzione.

E’ dell’11 aprile 1963, cinquantaquattro anni fa, l’enciclica “Pacem in terris” di Papa Giovanni. Fu pensata e scritta dopo la terribile crisi dei missili sovietici installati a Cuba e accerchiati dalle navi statunitensi. Nell’impero sovietico comandava Kruscev e gli Stati Uniti d’America erano governati da John Kennedy. Un radiomessaggio di Giovanni XXIII, che poneva i “grandi” della terra davanti alle loro responsabilità, fu alla base di decisioni che permisero di iniziare una nuova era in cui la pace – fondata sui diritti e i doveri delle persone – diventava il primo e più importante imperativo per tutta l’umanità.  

Negli ultimi tempi hanno registrato pericolosi cedimenti alcuni valori fondamentali, sia individuali che sociali, che stano mettendo a rischio la sopravvivenza di molti.

Alla vigilia di una Pasqua che attende la speranza di riprendere il cammino quotidiano, con la gioia di chi ha ritrovato fiducia e certezza nel Cristo risorto, occorre riscoprire l’impegno per la pace che affonda le radici in ciascuno di noi per contribuire alla costruzione della collettività.

Marco Caramagna