Una cosa è sognare la vita all’estero, un’altra è viverla

Purtroppo il fenomeno è, da qualche anno, fin troppo conosciuto… noi giovani facciamo molta fatica a trovare lavoro in Italia e per molti l’unica alternativa è andarsene dal nostro Paese per cercare fortuna all’estero. La storia si ripete, insomma… già i nostri bisnonni, all’inizio del secolo scorso, migravano dai loro paesini d’origine alla volta della “Merica”, e molti, a prezzo di sacrifici immensi, sono riusciti laggiù a costruirsi, davvero, una nuova vita.

Ma oggi, com’è davvero la situazione fuori Italia? Davvero la vita all’estero è tutta “rosa e fiori”? Ne ho parlato qualche settimana fa, in una intervista uscita nel mio blog su Affaritaliani.it, con l’architetto Mario Coppola, classe ’84, professionista e docente universitario, fondatore di Ecosistema studio, autore, fra l’altro, del fortunato “In cima al mondo, in fondo al cuore” (Giunti Editore), giunto recentemente nelle librerie.

Il libro racconta la storia di Michelangelo, uno studente di architettura che, dopo essersi trasferito a Londra per lavorare nello staff di una celeberrima archistar, se ne tornerà poi in Italia, vinto dalla nostalgia per gli affetti e le abitudini di vita che ha lasciato nel nostro Paese.

Una storia romanzata, che però ricalca in molti punti il percorso di vita di Mario, anch’egli trasferitosi a suo tempo a Londra, dove ha fatto importanti esperienze nel campo, appunto, dell’architettura, per poi tornare, senza troppi rimpianti, nella città natale, dove ha ora intrapreso la sua vita professionale.

Una voce in apparenza controcorrente, quindi, e un professionista che, avendo vissuto esperienze lavorative sia all’estero che in Italia, può parlare del fenomeno con assoluta cognizione di causa.

Interessanti e significative le sue risposte, quando gli ho chiesto come mai il protagonista del suo romanzo non esiti a lasciare Londra, che è comunque una città affascinante, insieme alla possibilità di continuare esperienze interessanti e a un lavoro molto ben retribuito, ma soprattutto cosa si provi a vivere migliaia di chilometri lontano da casa, dalla famiglia, dagli amici e dal proprio amore.

“… una cosa è immaginare, sognare la vita all’estero. Un’altra è viverla. Sono due cose molto diverse e raramente si riesce a immaginare la dose di malinconia e di disagio che subentra quando ci si trova a vivere in un luogo radicalmente diverso da quello dove cresciamo, dove impariamo a essere chi siamo nel profondo.”; e ancora “(vivendo lontano da casa si provano…) un senso di sconfitta profondissimo, un’angoscia che ti stritola. Almeno per me e per moltissimi miei amici che conosco e che non si dicono affatto felici di vivere lontano da casa. La sensazione è quella di essere una creatura orfana, un animaletto catturato e costretto a vivere in un habitat diverso. Dove in un attimo, il tempo di un volo, perdi tutto quello che hai costruito nella tua vita: le amicizie che hai coltivato fin da bambino, le routine, i cibi, le atmosfere, i luoghi dell’anima.”

Ecco, non voglio scoraggiare nessuno, con queste poche righe, dal provare a trovare un futuro lontano dall’Italia. Le esperienze professionali, ma anche di studio, all’estero, temporanee o permanenti che siano, sono di utilità estrema, direi spesso essenziali, specialmente in un mondo globalizzato come il nostro. Ho voluto solo parlare di un’esperienza singola, perché non è mai utile generalizzare, ed è giusto anche conoscere quei lati negativi che chi parte dovrà affrontare, perché, come sempre, è utile tirare un occhio anche all’altra faccia della medaglia.

Gian Luca Lamborizio