Un nuovo paradigma per la PAC

Le recenti celebrazioni per il sessantennale dei Trattati di Roma sono state l’occasione per ricordare come l’agricoltura abbia rappresentato un pilastro fondamentale, forse il più importante, per la costituzione dell’Europa come oggi la conosciamo. Incrementando la produzione primaria, garantendo la sicurezza degli approvvigionamenti, assicurando un tenore di vita equo alla popolazione di campagna, la politica agricola comune (in acronimo PAC) ha infatti favorito il progresso socio-economico ed ha assicurato decenni di pace, come mai l’Europa aveva vissuto in precedenza.

Nonostante negli anni i suoi obiettivi di fondo siano rimasti immutati, sono invece cambiati gli strumenti e le modalità con cui la politica agricola ha perseguito i propri fini, così da adattarsi alle mutate condizioni di mercato, ai cambiamenti della società e, ovviamente, ai confini dell’Europa stessa. Di qui le numerose riforme succedutesi negli anni, alcune delle quali hanno rappresentato tappe che, per i cambiamenti di prospettiva proposti, potremmo definire ‘storiche’: Mac Sharry, Agenda 2000, Fischer, sono solo i nomi più noti con cui vengono ricordate alcune delle principali revisioni della PAC.

L’ultima di queste riforme, varata appena tre anni fa ed il cui nome non sarà ricordato se non nei manuali specialistici, intendeva affrontare le problematiche legate all’approvvigionamento alimentare, alla gestione sostenibile delle risorse naturali, all’impatto agricolo sui cambiamenti climatici, alla competitività agricola, alla ripartizione equa dei fondi disponibili. Che, poi, questa PAC abbia rappresentato un passo avanti nella risoluzione di tali problematiche è alquanto opinabile.

Non è possibile, tuttavia, parlare di insuccesso: l’ultima riforma, la PAC attuale, non ha fallito per il semplice motivo che, al di là dei solenni enunciati, non si poneva traguardi ambiziosi. È cioè mancato il coraggio, o le capacità, di un cambiamento di prospettiva, necessario per dare nuovo impulso all’agricoltura europea, giustificandone le risorse allocate.

Sono invece state privilegiate le rendite di posizione, mentre gli strumenti più innovativi avanzati in fase di proposta sono stati ben presto smontati fino a renderli, se non inutilizzabili, certamente inutili. Anche la stessa invocata semplificazione si è rivelata essere, come spesso accade, un mero auspicio piuttosto che un obiettivo concretamente perseguito, come gli agricoltori italiani hanno avuto ben modo di constatare.

In questi mesi si sta avviando il nuovo iter per ridisegnare la politica agricola post 2020. Il legislatore europeo ha quindi la possibilità di rivitalizzare la politica comune che più di ogni altra ha contribuito ad unificare l’Europa, ma necessita di trovare nuove idee e, probabilmente, un nuovo paradigma.

D’altro canto anche le sfide da affrontare sono cambiate rispetto a sessant’anni fa: l’Unione europea è oggi il primo esportatore di prodotti agroalimentari al mondo ed i lavoratori agricoli non rappresentano più la gran parte degli occupati, e degli elettori, continentali.

Nel documento che a inizio aprile il Ministero italiano ha inviato alla Commissione europea con le prime valutazioni e proposte per la nuova PAC, questo cambiamento di prospettiva non sembra esserci.

Il dicastero agricolo ha riassunto nello slogan “Produrre di più con meno” (non solo in termine quantitativi) il principio cardine che dovrebbe ispirare il nuovo processo di riforma. L’auspicio è che tale obiettivo sia perseguito concretamente nell’interesse comune, e non solo nella salvaguardia di privilegi di pochi. Il dubbio è invece che, per mancanza di visione strategica, si persegua nel solito solco, sprecando risorse che potrebbe più utilmente essere utilizzate altrimenti.

Antonella Formisano