Terrorismo e immigrazione

Qualche giorno relativamente tranquillo e già ci stavamo dimenticando che il Male è sempre in agguato. L’altra sera ci hanno pensato le notizie e le immagini provenienti da Manchester a ricordarcelo con drammatica evidenza. Un’altra allucinante strage di terrorismo, dunque, altri morti innocenti che andranno ad aggiungersi a una lista già troppo lunga. Come dopo ogni strage, fra la gente e sui social, fioccano i soliti commenti; rabbia, paura, commozione i sentimenti prevalenti. E come dopo ogni strage c’è chi fa considerazioni equilibrate e chi invece si lascia trasportare dal populismo o dall’esasperazione. In particolare, un fatto mi ha colpito; molti tendono, nuovamente, ad accostare il tema dell’immigrazione a quello del terrorismo, quasi che il secondo fosse una conseguenza automatica e inevitabile della prima.

Non penso che sia così. Entrambi i fenomeni hanno assunto connotazioni di evidente drammaticità, entrambi per essere risolti avrebbero bisogno di proposte condivise a livello almeno europeo se non mondiale, ma sarebbe giusto tenerli ben distinti, anche ai fini delle auspicabili contromisure.

L’immigrazione incontrollata cui stiamo assistendo, specialmente per quanto riguarda il nostro Paese (geograficamente a essa ben più esposto di altri), potrà creare enormi problemi di sicurezza o di ordine pubblico (e spesso li ha già creati), ma difficilmente uccide. Il terrorismo islamista, per sua definizione, tende invece alla eliminazione, anche fisica, degli “infedeli” (e non solo), la cui cultura e il cui modo di vivere detesta, e le conseguenze terribili delle sue azioni le abbiamo tutti sotto gli occhi.

Ma soprattutto, non è bloccando indiscriminatamente la prima che si può seriamente sperare di arginare anche il secondo. Dietro il terrorismo si celano motivazioni probabilmente più profonde di quanto possiamo intuire, motivazioni, e scopi, ancora da decifrare, ma che prescindono totalmente da quanto accade ogni giorno sulle nostre coste. E i suoi combattenti, purtroppo, sono molto spesso già tra noi. Prova ne è, banalmente, il fatto che quasi sempre la mano armata del terrorismo, gli esecutori materiali delle stragi, è costituita da individui apparentemente integrati, con un lavoro più o meno regolare, con cittadinanza e diritti spesso uguali a quelli delle loro vittime innocenti. Cosa hanno in comune questi crudeli assassini con i poveretti che ogni giorno vengono rigettati dal mare e spesso ne vengono inghiottiti?

Fenomeni diversi, dunque, che hanno necessità di soluzioni diverse. Non sta a me indicarle, e sarebbe troppo lungo anche solo accennarne, ma sicuramente, almeno per quanto concerne la guerra del terrore, sarebbe necessario potere (e volere) prima di tutto individuare e neutralizzare i lucidi e spietati mandanti, spesso ben distanti anche geograficamente dai loro folli, materiali strumenti di morte. E quindi un valido presidio del territorio, una concreta politica di intelligence a livello mondiale, un forte coordinamento fra le forze di polizia dei vari Paesi, ma soprattutto una ferma volontà politica, da parte di tutti gli stati coinvolti e vittime, nel muoversi in questo senso. Questo soprattutto parrebbe ancora essere il requisito essenziale mancante. Ma, anche, e forse “a monte”, per usare un termine di moda, la comune volontà di non considerare più una parte della umanità come degna solo di sfruttamento o di oppressione, e certi Paesi come un territorio in cui esportare “a forza”, una qualche forma di, magari presunta, democrazia. In questo modo, magari, si toglierebbero al terrorismo molti degli alibi di cui finora si è valso per giustificare le proprie crudeli quanto inutili stragi.

Gian Luca Lamborizio