La Francia e il voto di protesta

Nell’era del web i grandi eventi mondiali accadono sotto i nostri occhi e i commenti (più o meno qualificati) si susseguono già cinque minuti dopo il loro verificarsi. Parlare del primo turno delle elezioni francesi due o tre giorni dopo potrebbe quindi sembrare tardivo, ma a volte forse è meglio riflettere un po’ più a mente fredda.

In primo luogo, si può affermare che domenica scorsa abbiamo assistito a una sconfitta dei partiti tradizionali. La Francia era finora sempre stata governata – in periodica alternanza – dai due grandi schieramenti, quello dei socialisti moderati e riformisti e quello della destra post-gollista, sul modello americano, a sua volta caratterizzato dalla consolidata alternanza fra repubblicani e democratici.

Questi due schieramenti sono stati ora nettamente battuti, almeno a livello nazionale, da En Marche! di Emmanuel Macron, europeista “di centro”, già ministro di Hollande e alto esponente di Banca Rothschild, creatore, in poco più di un anno, di un partito “di plastica”, tutto costruito intorno alla sua persona (il che ci ricorda qualcosa a livello nazionale), e dal Front National di Marine Le Pen, espressione, come sappiamo, dell’estrema destra antieuropeista e xenofoba.

Va da sé che al momento la Le Pen sembra avere pochissime possibilità al ballottaggio di maggio, anche perché tutti gli altri partiti si sono già dichiarati disponibili a sostenere Macron che, se e quando eletto, dovrà comunque però contare solo su un governo di coalizione, il che renderà la Francia, nel bene o nel male, più difficilmente governabile. E questo potrebbe essere un secondo spunto di riflessione.

Il terzo è a mio avviso quello che comporta le conseguenze più importanti; anche questa volta si è trattato di un voto di protesta. In Francia, come negli USA e come nel nostro Paese i cittadini paiono essere stanchi della politica, o almeno di un certo modo di fare politica, e dei partiti tradizionali, che o non hanno saputo/voluto interpretare le istanze più pressanti o, se è vero, come dice qualcuno in questo caso, che Hollande qualcosa di buono lo ha anche fatto, non hanno saputo stare abbastanza vicino al popolo per comunicare i loro risultati e far sì che venissero compresi e/o apprezzati.

Che poi si sia ritenuto di esprimere questa protesta votando a esempio un candidato come Macron, sicuramente a sua volta espressione dell’establishment, o almeno di un certo tipo di estasblishment, è altro discorso, che comunque non può prescindere dall’indubbia capacità del giovane politico di parlare alla pancia del Paese. Cosa che del resto sa fare benissimo anche la Le Pen, che ha basato la campagna su temi molto sentiti e attuali come l’immigrazione, il soffocante strapotere delle istituzioni europee o il degrado delle banlieu.

Questo della crisi dei partiti tradizionali è un tema di stringente attualità anche altrove (pensiamo alle ultime presidenziali americane) ma soprattutto nel nostro Paese, in cui infatti si sono via via affermati movimenti del tutto alternativi e innovativi.

Vedremo ora quale sarà l’evoluzione in terra d’Oltralpe.

Gian Luca Lamborizio