Kennedy, l’uomo della nuova frontiera

Cento anni fa, il 29 maggio 1917, nasceva John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti d’America dal 1960 al 1963, quando venne assassinato il 22 novembre a Dallas, nel Texas.

In quei tre anni di governo del Paese più potente del mondo, l’uomo della “nuova frontiera” ha lasciato una traccia indelebile nella storia del secolo scorso. Chi ha avuto la ventura di partecipare, anche se giovane – ma, proprio per quella condizione, animato da entusiasmi personali e collettivi – agli eventi che, in qualche modo, hanno cambiato il mondo, sa quante speranze sono state create dalla comparsa sullo scenario mondiale di John, prima, e di Robert Kennedy, dopo.

Erano gli anni in cui il rischio di una guerra nucleare incombeva sull’umanità (anche se oggi facciamo finta che non possa succedere), esistevano i “blocchi” frutto della “guerra fredda” e del devastante secondo conflitto mondiale che procurò lutti e rovine soprattutto all’Europa. Ma erano anche gli anni del pontificato di Papa Giovanni XXIII che, proprio nel 1963, promulgò l’enciclica “Pacem in terris” e l’11 ottobre del 1962 aprì le porte del Concilio Ecumenico Vaticano II.

“Nella lunga storia del mondo – disse John Kennedy nel discorso di insediamento alla Casa Bianca – solo a poche generazioni è stato concesso il ruolo di difendere la libertà nell’ora del massimo pericolo. Non mi sottraggo a questa responsabilità: le do il benvenuto. Non credo che nessuno di noi scambierebbe il suo posto con quello di qualsiasi altro popolo o di qualsiasi altra generazione. L’energia, la fede, la devozione che apportiamo a questo sforzo illumineranno il nostro paese e tutti coloro che lo servono. E il bagliore di quel fuoco può davvero illuminare il mondo. E così, i miei concittadini americani, non chiedete che cosa il vostro paese può fare per voi; chiedete che cosa potete fare voi per il vostro paese. Miei concittadini del mondo, non chiedete che cosa l’America vuole fare per voi, ma che cosa insieme possiamo fare per la libertà dell’uomo”.

Oggi, occorre chiederci, con forza e con coraggio, cosa vogliamo fare di questo pianeta, di noi e dei nostri fratelli presenti in tutte le latitudini, ognuno unico e irripetibile perché pensato da Dio. Oggi, è necessario riflettere, se non è troppo tardi, sul significato della nostra vita, che non può essere trascinata dalle mode effimere del nostro tempo e soverchiate da una tecnologia che ci illude di essere potenti e indistruttibili, senza lasciarci cogliere la nostra fragilità umana. Occorre lasciarci riportare con i piedi per terra da qualcuno che può indicarci la strada che porta alla salvezza dell’uomo attraverso l’ascolto e l’accoglienza dei nostri fratelli.

Marco Caramagna