Charlie deve morire?

Tutto il mondo sta seguendo da giorni la commovente vicenda di Charlie Gard, il bambino britannico di soli dieci mesi affetto da una grave e rarissima malattia degenerativa, finora tenuto in vita artificialmente, e per il quale la giustizia inglese ha ora deciso di autorizzare i medici a staccare i macchinari.

Difficile e ingannevole il giudizio “da fuori”, senza avere le competenze scientifiche necessarie e senza conoscere tutta la storia del piccolo e della sua famiglia, come giustamente sosteneva ancora ieri un alto prelato intervistato dal TG5.

Un dato di fatto però emerge; in America potrebbe (e sottolineo potrebbe) esistere una cura sperimentale per questa malattia, e i genitori di Charlie hanno raccolto i fondi per sottoporvi il piccolo. Ma i giudici inglesi hanno già deciso diversamente, per porre fine a sofferenze che, a quanto si dice, sono ormai insopportabili.

Ecco: questo mi pare il punto. Perché privare il piccolo, e la sua famiglia, di un’ultima, esilissima possibilità? Ogni vita umana va tutelata e protetta per quanto possibile; a questo punto, cosa costerebbe fare ancora questo tentativo?

Non voglio neppure pensare al dramma umano di due genitori che si trovano nella situazione in cui si dibattono ora quelli di Charlie; basta vedere le loro foto per capire quanto siano dilaniati dal dolore, ma ancora estremamente lucidi e combattivi, decisi a tentare tutte le vie per mantenere in vita il loro bambino.

Certo, una vita come quella di questo bambino, attaccato dalla nascita a macchine che lo sostengono in tutte le funzioni vitali, forse ha poco senso. Tanto più se è vero che la malattia comporta pure enormi sofferenze. Ma in questo caso dovrebbero essere i genitori, magari con un valido aiuto psicologico, a poter decidere se e quando “staccare la spina”. Non sempre a un padre e una madre si può validamente sostituire un giudice, che decide in una fredda aula di tribunale, basandosi spesso solo su norme astratte e articoli di difficile o controversa interpretazione.

Mi piacerebbe davvero che non si togliesse a Charlie un’ultima speranza, e ai suoi genitori la serenità che, forse, in futuro potrà venire loro dalla consapevolezza di avere tentato davvero tutte le strade, nessuna esclusa, per salvare la vita al loro piccolo. È una questione, solo e semplicemente, di umanità.

Gian Luca Lamborizio